Il PD ha problemi di linguaggio
Cercherò di motivare in poche righe la tesi contenuta nel titolo.
Ci sono a mio avviso due problemi diversi: una è la comunicazione verso l’esterno, uno il modo di parlare al nostro interno.
1. Parlare con il mondo
Lo ripetono in tanti, ed è vero, che non riusciamo a parlare agli elettori.
Intanto ci rivolgiamo loro con una babele di messaggi, in alcuni casi fortemente contraddittori, senza che si chiarisca una linea di partito. Non è la pluralità che spaventa, è la mancanza di dibattito preliminare e la conseguente scelta di una tesi maggioritaria.
Poi sembra che i nostri interlocutori siano solo le persone che hanno modo e tempo di approfondire le questioni politiche, oppure cittadini in possesso di un dottorato di ricerca: pensiamo al librone – programma del 2006, impegno meritorio e non emendabile, non adeguatamente supportato, però, da un ragionevole estratto in forma di slogan sintetici, chiari e di richiamo per chiunque.
Il tutto condito con toni funerei: se Berlusconi ghigna a 32 denti, noi non sappiamo nemmeno accennare un sorriso. I bicchieri per noi sono sempre mezzi vuoti, appare come se non ci fosse spazio non dico per l’ottimismo, ma almeno per la ricerca degli aspetti positivi e progressivi. I problemi che dobbiamo affrontare non sono di banale soluzione, ma noi diamo l’idea che non esista affatto una soluzione, e non valga quindi la pena di cercarla.
Ultimamente abbiamo fatto addirittura la scelta più comoda: la soluzione la prendiamo a prestito dagli avversari, insieme con le parole d’ordine per vestirla in modo presentabile. Da qui l’accento sulla sicurezza, problema reale, ma che richiederebbe un trattamento con le molle, soprattutto nella scelta del linguaggio.
Infine, è terribile l’uso dei comunicati stampa e delle conferenze stampa, in cui lo scopo non è quello di parlare a tutti i lettori, ma quello di mandare messaggi agli addetti ai lavori, oppure di far comparire il proprio nome al di là della sostanza delle realizzazioni e delle riflessioni.
2. Parlare tra di noi
Vorrei che imparassimo a usare bene gli strumenti elettronici e cartacei: sono strumenti prima di tutto di dialogo, non di affermazione di una tesi preconfezionata e che, partorita in luoghi non certificabili, viene presentata al grande pubblico senza possibilità di modifiche dall’”esterno”.
C’è poi un uso significativo delle singole parole, che per me sono pietre. Mi risulta difficile accettare che si parli del PD e ci si riferisca alle vecchie case che non esistono più, o che esistono solo per residui motivi formali (e che sarebbe opportuno rimuovere in fretta). Ci sono troppi reduci (nostalgici) del PCI-Pds-DS da una parte e di DC-PPI o Margherita dall’altro. Il PD non nasce sotto un cavolo, e tuttavia è diverso da ciò che esisteva prima. Sembra che non ci interessi cercare le persone sconosciute del popolo delle primarie, si continuano a rincorrere gli iscritti storici del ’46 o giù di lì. In una recente riunione si faceva riferimento alle giunte presenti nel 1990 e dintorni, quando, per esempio, io ero all’opposizione, chiunque fosse il sindaco in carica con la sua maggioranza.
E’ un linguaggio esplicito e, per l’esterno, mortificante, che nel “nuovo” partito ci sia un eccesso di continuità nelle persone che gestivano i vecchi partiti: in Campania, con un segno, in Toscana con un altro. E’ per me motivo di (sicuramente eccessivo) scandalo che mi arrivino messaggi da indirizzi di posta elettronica non targati PD, ma DS o Margherita.
Come sempre, al di là delle provocazioni che ho usato in precedenza, si tratta di trovare un equilibrio, senza compromessi: un equilibrio in cui si trovi diritto di cittadinanza per tutti. La politica non può, per definizione ed etimologia, essere elitaria. Su queste basi possiamo trovare il modo di convivere senza conflitti esasperati tra iscritti ed elettori, tra dirigenti e peones, tra superimpegnati e lettori distratti, tra amministratori e cittadini, tra chi ha 150 anni di storia alle spalle e chi pochi mesi di vita.
Emilio Mariotti
17 luglio 2009 a 11:33
Sottoscrivo!
Ciao,
Calogero